I SETTE VIZI CAPITALI
I 7 Vizi capitali
superbia (radicata convinzione della propria superiorità, reale o presunta, che si traduce in atteggiamento di altezzoso distacco o anche di ostentato disprezzo verso gli altri, e di disprezzo di norme, leggi, rispetto altrui);
avarizia, più precisamente l'etimologia latina "avaritia", anziché l'avarizia nella sua accezione moderna; (cupidigia, avidità, costante senso di insoddisfazione per ciò che si ha già e bisogno sfrenato di ottenere sempre di più);
lussuria (incontrollata sensualità, irrefrenabile desiderio del piacere sessuale fine a sé stesso, concupiscenza, carnalità, eccessivo attaccamento ai beni terreni ed eccessiva reticenza nel separarsi da essi);
invidia (tristezza per il bene altrui percepito come male proprio);
gola (meglio conosciuta come ingordigia, abbandono ed esagerazione nei piaceri della tavola, perdita totale del senso della misura e quindi della capacità di provare piacere reale per ciò che si sta gustando);
ira (eccessivo senso di giustizia, che degenera in giustizia personale, nonché in desiderio di vendicare violentemente un torto subito);
accidia (torpore malinconico, inerzia nel vivere e nel compiere opere di bene, pigrizia, indolenza, infingardaggine, svogliatezza, abulia).
I 7 peccati capitali sono dunque stati stilati perché da questi mali derivano tutti gli altri, per esempio la vanità è una ramificazione della superbia, la cupidigia della gola, ecc.
Questi 7 vizi sono dunque le basi per la nascita di tutti gli altri peccati.
Descrizione
Una descrizione dei vizi capitali comparve già in Aristotele, che li definì gli "abiti del male". Al pari delle virtù, i vizi deriverebbero infatti dalla ripetizione di azioni, che formano nel soggetto che le compie una sorta di "abito" che lo inclina in una certa direzione o abitudine. Ma essendo vizi, e non virtù, tali abitudini non promuovono la crescita interiore, nobile e spirituale, ma al contrario la distruggono.
L'elenco dei vizi fu quindi analizzato dal primo Cristianesimo ad opera dei primi monaci, tra cui Evagrio Pontico e Cassiano. A Evagrio si deve la prima classificazione dei vizi capitali, e dei mezzi per combatterli. In particolare, egli individuò otto "spiriti o pensieri malvagi" (logismoi): gola, lussuria, avarizia, ira, tristezza, accidia, vanagloria e superbia. La tristezza appare come vizio a sé, successivamente accorpata come già effetto dell'accidia o dell'invidia, stessa cosa accadde per la Vanagloria, accorpata successivamente nell'unico vizio della Superbia. Gli altri vizi sono gli stessi giunti a noi (ira, lussuria, avarizia, gola), mentre l'invidia venne aggiunta successivamente.
Nell'Età dei lumi la differenza tra vizi e virtù perse importanza, poiché anche i vizi, come le virtù, concorrerebbero allo sviluppo materiale (industriale, commerciale ed economico) della società. Dopo il periodo illuminista, i vizi compaiono ancora in alcune opere di Kant, che vede nel vizio una espressione della tipologia umana o di una parte del carattere. Dall'Antropologia pragmatica di Kant, nell'Ottocento sono stati scritti grandi trattati, fino a diventare un argomento molto interessante e vasto tra filosofia morale, psicologia umana e teologia.
I vizi capitali sono un elenco di inclinazioni profonde, morali e comportamentali, dell'anima umana, spesso e impropriamente chiamati peccati capitali. Questo elenco di vizi (dal latino vĭtĭum = mancanza, difetto, ma anche abitudine deviata, storta, fuori dal retto sentiero) distruggerebbero l'anima umana, contrapponendosi alle virtù, che invece ne promuovono la crescita. Sono ritenuti "capitali" poiché più gravi, principali, riguardanti la profondità della natura umana. Impropriamente chiamati "peccati", nella morale filosofica e cristiana i vizi sarebbero già causa del peccato, che ne è invece il suo relativo effetto.
Durante il medioevo la Chiesa aveva incluso nei vizi capitali anche la malinconia[1], in quanto questo sentimento indicava il non apprezzare le opere che Dio aveva compiuto per gli uomini. Fino al secolo scorso la vanità era un vizio capitale[1]. È stata poi inclusa nel peccato della superbia.
Secondo la Chiesa, il peggiore dei sette vizi è la superbia, poiché con questo sentimento si tenderebbe a mettersi sullo stesso livello di Dio, considerarlo quindi inferiore a come dovrebbe essere considerato. Infatti, nella dottrina cristiana, è proprio la superbia il peccato di cui si sono macchiati Lucifero, Adamo ed Eva.
Nella Divina Commedia di Dante Alighieri i sette vizi capitali sono puniti nell'alto Inferno (cerchi II-V) e purgati nelle sette cornici del Purgatorio; inoltre la lussuria, la superbia e la cupidigia sono raffigurati nel canto I dell'Inferno sotto forma di bestie selvatiche, rispettivamente la lonza (vv. 31-43), il leone (vv. 44-48) e la lupa (vv. 49-60), che Dante incontra nella selva oscura all'inizio della sua avventura.
[cu-pi-dì-gia]
s.f. (pl. -gie)
spreg. Desiderio sfrenato, ardente di qualcosa, spec. di ricchezze, onori, potere: la cieca c. che v'ammalia (Dante); c. di denaro; c. di gloria
|| Desiderio sfrenato di piaceri fisici; concupiscenza, libidine: appagare ... la terribile c. carnale (D'Annunzio)
|| Avidità di cibi, ingordigia
Nel comportamento umano, la vanità viene vista come futile e puerile compiacimento di sé; assenza di valori morali; superficialità, mancanza di serietà.
Alterigia, Orgoglio, Disdegno, Presunzione...
AUGURI VIRTUOSI !
Francesco M.
Cell. 3334358373
THE SEVEN CAPITAL VICES
The 7 Deadly Sins
Pride (rooted conviction of his own superiority, real or perceived, which results in an attitude of haughty detachment or even ostentatious contempt for others, and disregard of rules, laws, respect for others);
avarice, namely the Latin etymology "avaritia", instead of avarice in its modern sense; (Lust, greed, constant sense of dissatisfaction with what you have already and unrestrained need to get more and more);
lust (uncontrolled sensuality, uncontrollable desire for sexual pleasure for its own sake, lust, carnality, excessive attachment to worldly goods and excessive reluctance in parting with them);
envy (sadness for the good of others perceived as evil precisely);
Throat (better known as greed, neglect and exaggeration in the pleasures of the table, the total loss of the sense of proportion and therefore the ability to feel real pleasure for what you are tasting);
ira (excessive sense of justice, which degenerates into personal justice, as well as a desire to violently avenge a wrong suffered);
sloth (melancholy lethargy, inertia in living and in doing good works, laziness, indolence, laziness, listlessness, apathy).
The 7 deadly sins were therefore drawn up because these evils derive all the others, for example vanity is an offshoot of pride, greed throat, etc.
These seven vices are therefore the basis for the birth of all other sins.
Description
A description of the deadly sins appeared already in Aristotle, who called them the "clothes of evil." Like the virtues, vices in fact would result from the repetition of actions, which form the subject that brings a kind of "dress" that tilts it in a certain direction or habit. But being vices, not virtues, these habits do not promote inner growth, noble and spiritual, but rather destroy it.
The list of defects was then analyzed from early Christianity by the early monks, including Evagrius of Pontus and Cassiano. A Evagrio we owe the first classification of the deadly sins, and the means to combat them. In particular, he identified eight "spirits or evil thoughts" (logismoi): throat, lust, greed, anger, sadness, acedia, vainglory and pride. Sadness appears as a vice in itself, later merged as already of sloth or envy effect, the same thing happened to vainglory, merged later in the only vice of Pride. The other vices are the same come to us (anger, lust, greed, gluttony), while envy was added later.
In the Age of Enlightenment the difference between vice and virtue it lost its importance, since even the vices as virtues, be competing material development (industrial, commercial and economic) of the company. After the Enlightenment, the vices still appear in some works of Kant, who sees a flaw in the expression of human kind or a part of the character. pragmatic anthropology of Kant, in the nineteenth century were written great treatises, to become a topic very interesting and broad between moral philosophy, human psychology and theology.
The deadly sins are a list of deep-seated tendencies, moral and behavioral, the human soul, and often improperly called deadly sins. This list of vices (from the Latin Vitium = lack, defect, but also diverted habit, crooked, out of the straight path) would destroy the human soul, in opposition to the virtues, which instead promote their growth. They are considered "capital" as more serious, major, about the depths of human nature. Improperly called "sins" in the philosophical and Christian moral vices would be already because of sin, which is rather its relative effect.
During the Middle Ages the Church had included in the capital also the melancholy vices [1], as this indicated the feeling not appreciate the works that God had done for men. Until the last century the vanity was a deadly sin [1]. It was then included in the sin of pride.
According to the Church, the worst of the seven vices is pride, since with this sentiment would tend to put themselves on the same level as God, then consider it less as it should be considered. In fact, in Christian doctrine, it is the sin of pride which are spotted Lucifer, Adam and Eve.
In Dante Alighieri's Divine Comedy the seven deadly sins are punished in the high Inferno (circles II-V) and purged in the seven frames of Purgatory; Moreover lust, pride and greed are portrayed in song The Hell in the form of wild beasts, respectively loin (vv. 31-43), the lion (vv. 44-48) and the wolf (vv. 49 -60), which Dante meets in the dark forest at the beginning of his adventure.
[greed]
s.f. (Pl. -gie)
spreg. Unbridled desire, burning with something, esp. of riches, honor, power: the blind c. that casts its spell upon (Dante); c. of money; c. of glory
|| Unbridled desire for physical pleasures; covetousness, lust: appease the terrible ... c. carnal (D'Annunzio)
|| Greed for food, greed
In human behavior, the vanity is seen as futile and childish complacency; absence of moral values; superficiality, lack of seriousness.
Haughtiness, pride, Disdain, Presumption ...
VIRTUOSI WISHES!
Francis M.
Cell. 3334358373